Welcome Microsoft Windows 10

Una settimana. Non di più. Una settimana per convincermi che sì, ho fatto una scelta corretta. Una settimana per scoprire Windows 10, un buon sistema operativo. Sette giorni per imparare ad apprezzare l’XPS 13 di Dell, un ottimo notebook. Non è un ecosistema perfetto, non è esente da fastidi, ma è comunque una combinazione felice che mi ha permesso, nell’ultimo periodo, di non sentire (quasi) mai la mancanza del mio vecchio MacBook Air. E quindi niente, posso definire lo switch come completato.

Mi rendo conto che usando tanto Google Chrome e tante applicazioni che sono comunque multipiattaforma, la crisi non l’ho vissuta. Certo, mi sono dovuto abituare a menu differenti, impostazioni un po’ più confuse, ai driver (!!) e alle disinstallazioni, ma c’ho guadagnato in comodità di utilizzo. Windows 10 è un OS completo e ben costruito. Il nuovo menu Start è di una lussuria che ignoravo e la gestione delle finestre, rubata da Linux prima e – paradossalmente – da OS X poi, è migliorata e molto funzionale.

Dal punto di vista hardware, invece, il Dell XPS 13 è un notebook portentoso. La risoluzione è magnifica e sembra di lavorare con un dispositivo da molti più pollici; la velocità è folle; il touch inutile; la qualità generale ottima. La tastiera, però, è tutt’altro che perfetta. Un po’ di remore sono legate soprattutto a quest’ultimo aspetto: proverò nuovi hardware.

Windows 10 quindi è il sistema operativo col quale ho deciso di lavorare nei mesi a venire. Relativamente all’hardware ho invece scelto di testare ancora per cercare una soluzione più comoda e consona alle mie aspettative. Ma della mela morsicata, al momento, sento di non avere più bisogno.

Ciao Apple. Ciao.

Addio Mac, o forse ciao

Uso computer Apple dal 2008. Mi ero appena laureato, presi un Macbook bianco. Poi ho avuto un paio di iMac, un Macbook Pro, tre Macbook Air, almeno 3 iPhone e qualche iPad. Conosco l’ecosistema OS X (macOS, dice adesso) in maniera molto approfondita. Uso su Mac applicazioni di terze parti che come interfaccia, usabilità e design non sono seconde a nessuna. La mia produttività è a livelli vertiginosi e tra tool, scorciatoie da tastiera e snippets lavoro velocemente integrando agilmente le varie app. Poi ho deciso di acquistare un PC.

La scelta è ponderata, mica è follia. Non nascondo che possa apparire poco poco un capriccio. Non lo è.

Già in passato mi sono trovato a riflettere sulle scelte tapine di Apple, sulla convergenza del sistema desktop verso quello mobile, sul design scialbo delle nuove icone, sugli OS alternativi, sulle applicazioni di sistema di cui realmente faccio uso. Negli ultimi periodi, anche a seguito dell’ennesima messa laica di San Francisco, l’insofferenza è diventata troppa. Nessuna innovazione meritevole di nota, applausi scroscianti per annunci insipidi, sempre più iOS e macOS in comunione (sono utente Android), sempre meno idee, molto meno hardware che ne valga la pena.

E quindi ho voluto provare. Ho acquistato un Dell XPS 13 del 2016 con Windows 10. L’intento è quello di testarlo per una settimana o due, per poi decidere se tenermi il notevole e potente notebook ed eseguire il definitvo switch da Mac a Windows o restarmene scomodo ma al sicuro con un Macbook Pro Retina.

L’acquolina è provare Windows 10, consapevole che l’ultima versione di Windows che ho usato risale agli inizi del secolo (per molti anni ho usato solo Linux). La promessa è quella di fare a meno, definitivamente, della mela morsicata da qualcun altro e godermi un po’ di frutta di stagione: un po’ più brutta, a volte un po’ buggata, meno luccicosa, ma con più assortimento.

Proverò senza pretese a farvelo sapere.

Per lavorare come programmatore non serve avere una laurea, però…

Quasi la metà di oltre 26 mila sviluppatori che hanno risposto ad un sondaggio su Stack Overflow lavorano senza avere una laurea in Informatica. Quindi, se la tua domanda dovesse essere «Posso diventare sviluppatore senza studiare all’università?» la risposta pare essere «Sì».

Io mi sono laureato nel 2008, con molto ritardo tra l’altro, ma avrei mollato decisamente prima: già lavoravo come sviluppatore web e avevo deciso il mio percorso da intraprendere. Quel giorno di marzo, dopo aver discusso la tesi e stappato una bottiglia di spumante, dovetti correre a casa che avevo una deadline da rispettare. Ero convinto che si poteva lavorare, in questo settore, anche senza una laurea. Lo sono ancora.

Credo, al netto di un’esperienza che dura oramai da oltre dieci anni, di poter aggiungere alla risposta secca di cui sopra due appunti.

Anzitutto direi che parecchie aziende, anche importanti, non fanno colloqui a chi non si presenta con un grado di studi adeguato (a meno di trovarsi davanti al genio), rischieresti quindi di rimanere fuori da certe candidature e non raggiungere mai determinati ruoli.

Ancor più importante: senza una passione per le scienze informatiche che rasenta l’ossessione, senza i polpastrelli lisciati da nottate a scrivere codice e senza fare opportune esperienze con manager o aziende stimolanti, sarai un programmatore eccellente, probabilmente, ma rischierai di non diventare mai uno sviluppatore senior.

Internet come il festival di Sanremo

Internet aveva promesso di trasformarci da spettatori passivi a utenti attivi. Oggi i più popolari servizi di Internet, in particolare i social network, ci stanno invece riprogrammando in una nuova versione – sotto molti aspetti, inconsapevole – di utenti passivi. Clamorosamente passivi.

Luca Castelli scrive un lungo e interessante articolo sulla capacità degli algoritmi di alterare a proprio piacimento la nostra capacità di interpretare la realtà, un po’ quello di cui si era già parlato qui. Mi è piaciuto molto, a valore aggiunto, il parallelo con la televisione e la passività che internet si prometteva, in qualche modo, di superare e che invece Facebook, Google e soci hanno riproposto riqualificandoci spettatori.

Con l’infinite scroll non serve addirittura più sforzarsi per cambiare canale: viviamo la nostra attenzione digitale come davanti ad un interminabile festival di Sanremo.

Un senior developer non è solo uno sviluppatore

Per me quello che definisce uno sviluppatore senior è una persona con esperienza non solo sul lato tecnico, ma anche con la capacità di gestire un ambiente in team. Uno sviluppatore senior è qualcuno che capisce le dinamiche di un team e rispetta le altre discipline necessarie a portare a termine un software grandioso.

Questo è più o meno quello che ha detto George Hilak di Duffy in proposito della definizione di senior developer. Mi ci trovo totalmente d’accordo, soprattutto tenendo presente la frustrazione di molti sviluppatori junior (secondo la convenzione appena adottata) che si sentono bastonati alle ginocchia nonappena si confrontano le competenze tra i due livelli. Credo sia il giusto pensiero per metterci un punto.

Gli algoritmi non sono curiosi

Mark Zuckerberg non deciderà di farci arrivare solo l’informazione che fa comodo a Facebook, e Larry Page di Google non deciderà per chi dobbiamo votare, ma c’è il rischio che questi colossi, essendo aziende private, finiscano nelle mani sbagliate, causando danni incalcolabili prima che qualcuno si renda conto di quello che sta succedendo (soprattutto se consideriamo la quantità esorbitante di dati personali che queste aziende posseggono di ciascuno di noi).

Su Rivista Studio un articolo molto interessante di Signorelli mette in evidenza l’attitudine delle grosse internet company a mostrarci contenuti sulla base della nostra esperienza precedente – Google con le ricerche, Facebook con gli status, Amazon con i libri, Netflix con i film e così via – in complicità con algoritmi sviluppati per costruire un recinto dentro il quale non entrerà mai ciò che è stato ritenuto estraneo ai nostri interessi, costruendo intorno a noi un mondo perfetto che non ci permetterà di scoprire ed interagire con ciò che “diverso”.

Peggio ancora, le stesse potrebbero deviare le nostre esperienze propinandoci informazioni politiche o commerciali e modificando così la nostra percezione della realtà. Non lo fanno, ma potrebbero.

Contrastare tutto ciò? Non so se sia possibile. Anche nella vita reale frequentiamo persone che ci piacciono, andiamo ai concerti che preferiamo e mangiamo soprattutto cibi di cui conosciamo ed apprezziamo il sapore.

Gli algoritmi simulano i nostri approcci alla vita ma hanno un grosso limite: non possono essere curiosi. Noi sì.

Tante internet diverse e chiuse

Tim Berners-Lee, che 25 anni fa ha posto le basi del World Wide Web e di quello che oggi chiamiamo internet, era a Milano negli scorsi giorni. Luca Sofri lo ha incontrato e alla domanda sul come sarebbe stato il web se non l’avesse “inventato”, se insomma secondi lui useremmo la rete internet allo stesso modo in cui siamo abituati oggi, Berners-Lee dice che non lo sa, ma1

[…] la gestione e i funzionamenti di internet non sarebbero stati organizzati in un sistema universale, e universalmente libero, accessibile e condiviso, ma che singole aziende e istituzioni – come provò a fare AOL – avrebbero costruito sistemi e organizzazioni dell’uso di internet propri e diversi, con differenti sistemi di accesso, linguaggi, offerte: “walled gardens”, molto legati alle nazioni in cui avrebbero operato, nazioni che sarebbero state responsabili e intermediarie di tutti i coordinamenti e relazioni globali tra le diverse reti.


  1. la citazione è di Sofri 

Dona che detassi

Adesso provo a dire perché a me i grandi benefattori e le grandi beneficenze alla Zuckerberg non piacciono gran ché. Intendiamoci, grazie mille a nome dei beneficiati. Ma io resto legato alla indispensabile funzione regolatrice dello Stato e al suo ruolo di curatore del bene comune. Sì, lo so che invece e spesso, ovunque, questo si traduce in solenni mangiate, ma è una patologia. E se hai tutta questa coscienza sociale sai che c’è: paga le tasse. Paga le tasse nei vari paesi in cui eserciti la tua attività, senza costruire mirabolanti impalcature di elusione, andando alla ricerca nel mondo di quello che te ne fa pagare di meno. Se hai tutta questa coscienza sociale rinuncia ad essere tu a scegliere chi riceverà i tuoi soldi e lascia che sia la collettività a indirizzarli con la politica dove magari tu, che sei uno anche se immenso, magari non vorresti che andassero, ma dove è comunque giusto che vadano. Sapete, il passaggio dal magnifico esempio di dedizione volontaria ai bisognosi delle Dame di San Vincenzo, al welfare obbligatorio e pagato dalla tassazione, è stata una delle più grandi conquiste della nostra civiltà. Vediamo di non dimenticarcelo.

Una parzialmente discutibile ma molto condivisile opinione di Massimo Rocca su Radio Capital sulla recente “beneficenza” di Zuckerberg.

Zuckerberg non farà propriamente “beneficenza” nel senso legale che il termine ha negli Stati Uniti, ma non trarrà profitti per sé dalla gestione della “Chan Zuckerberg Initiative”

Spiega invece Il Post in proposito della donazione di Zuckerberg.

Stato digitale

Non è che la digitalizzazione sia una piccola cosa. Tutti lo dicono. Accelera la crescita. Consente risparmi. Migliora la qualità dei servizi. Se è fatta bene, mette a rischio vecchie commesse e vecchie clientele. Se è fatta bene è una grande spending review e una enorme semplificazione. Se è fatta male complica la vita di tutti, produce sprechi e peggiora la sicurezza dei dati. Ci vuole un’idea forte, una squadra integerrima, molta pazienza, tanto lavoro e poco “annuncismo”.

L’agenda digitale italiana è ferma. Tante strombazzate ma nessun fatto concreto. Il governo centrale ancora non è ben connesso con gli enti locali ed entrambi si interfacciano male con i cittadini. Le cose per rendere migliore il Paese sono poche ma c’è urgenza e necessità di efficienza. Ne parla Luca De Biase in un suo recente post.

In ufficio come in Google

Ho sempre invidiato gli uffici e gli spazi comuni di Google, Airbnb, Linkedin e di altre aziende IT. Il design degli ambienti è progettato e realizzato prestando molta cura all’accoglienza, oltre che alla bellezza, cosa che rende più piacevole starci e più produttivo lavorarci. Kontor è un negozio online di arredo che permette di spulciare le sedi delle grosse multinazionali e di acquistarne gli stessi complementi (o di molto simili). Se avete migliaia da dollari da spendere, ovviamente.

Via.