Per lavorare come programmatore non serve avere una laurea, però…

Quasi la metà di oltre 26 mila sviluppatori che hanno risposto ad un sondaggio su Stack Overflow lavorano senza avere una laurea in Informatica. Quindi, se la tua domanda dovesse essere «Posso diventare sviluppatore senza studiare all’università?» la risposta pare essere «Sì».

Io mi sono laureato nel 2008, con molto ritardo tra l’altro, ma avrei mollato decisamente prima: già lavoravo come sviluppatore web e avevo deciso il mio percorso da intraprendere. Quel giorno di marzo, dopo aver discusso la tesi e stappato una bottiglia di spumante, dovetti correre a casa che avevo una deadline da rispettare. Ero convinto che si poteva lavorare, in questo settore, anche senza una laurea. Lo sono ancora.

Credo, al netto di un’esperienza che dura oramai da oltre dieci anni, di poter aggiungere alla risposta secca di cui sopra due appunti.

Anzitutto direi che parecchie aziende, anche importanti, non fanno colloqui a chi non si presenta con un grado di studi adeguato (a meno di trovarsi davanti al genio), rischieresti quindi di rimanere fuori da certe candidature e non raggiungere mai determinati ruoli.

Ancor più importante: senza una passione per le scienze informatiche che rasenta l’ossessione, senza i polpastrelli lisciati da nottate a scrivere codice e senza fare opportune esperienze con manager o aziende stimolanti, sarai un programmatore eccellente, probabilmente, ma rischierai di non diventare mai uno sviluppatore senior.

Internet come il festival di Sanremo

Internet aveva promesso di trasformarci da spettatori passivi a utenti attivi. Oggi i più popolari servizi di Internet, in particolare i social network, ci stanno invece riprogrammando in una nuova versione – sotto molti aspetti, inconsapevole – di utenti passivi. Clamorosamente passivi.

Luca Castelli scrive un lungo e interessante articolo sulla capacità degli algoritmi di alterare a proprio piacimento la nostra capacità di interpretare la realtà, un po’ quello di cui si era già parlato qui. Mi è piaciuto molto, a valore aggiunto, il parallelo con la televisione e la passività che internet si prometteva, in qualche modo, di superare e che invece Facebook, Google e soci hanno riproposto riqualificandoci spettatori.

Con l’infinite scroll non serve addirittura più sforzarsi per cambiare canale: viviamo la nostra attenzione digitale come davanti ad un interminabile festival di Sanremo.

Un senior developer non è solo uno sviluppatore

Per me quello che definisce uno sviluppatore senior è una persona con esperienza non solo sul lato tecnico, ma anche con la capacità di gestire un ambiente in team. Uno sviluppatore senior è qualcuno che capisce le dinamiche di un team e rispetta le altre discipline necessarie a portare a termine un software grandioso.

Questo è più o meno quello che ha detto George Hilak di Duffy in proposito della definizione di senior developer. Mi ci trovo totalmente d’accordo, soprattutto tenendo presente la frustrazione di molti sviluppatori junior (secondo la convenzione appena adottata) che si sentono bastonati alle ginocchia nonappena si confrontano le competenze tra i due livelli. Credo sia il giusto pensiero per metterci un punto.

Gli algoritmi non sono curiosi

Mark Zuckerberg non deciderà di farci arrivare solo l’informazione che fa comodo a Facebook, e Larry Page di Google non deciderà per chi dobbiamo votare, ma c’è il rischio che questi colossi, essendo aziende private, finiscano nelle mani sbagliate, causando danni incalcolabili prima che qualcuno si renda conto di quello che sta succedendo (soprattutto se consideriamo la quantità esorbitante di dati personali che queste aziende posseggono di ciascuno di noi).

Su Rivista Studio un articolo molto interessante di Signorelli mette in evidenza l’attitudine delle grosse internet company a mostrarci contenuti sulla base della nostra esperienza precedente – Google con le ricerche, Facebook con gli status, Amazon con i libri, Netflix con i film e così via – in complicità con algoritmi sviluppati per costruire un recinto dentro il quale non entrerà mai ciò che è stato ritenuto estraneo ai nostri interessi, costruendo intorno a noi un mondo perfetto che non ci permetterà di scoprire ed interagire con ciò che “diverso”.

Peggio ancora, le stesse potrebbero deviare le nostre esperienze propinandoci informazioni politiche o commerciali e modificando così la nostra percezione della realtà. Non lo fanno, ma potrebbero.

Contrastare tutto ciò? Non so se sia possibile. Anche nella vita reale frequentiamo persone che ci piacciono, andiamo ai concerti che preferiamo e mangiamo soprattutto cibi di cui conosciamo ed apprezziamo il sapore.

Gli algoritmi simulano i nostri approcci alla vita ma hanno un grosso limite: non possono essere curiosi. Noi sì.

Tante internet diverse e chiuse

Tim Berners-Lee, che 25 anni fa ha posto le basi del World Wide Web e di quello che oggi chiamiamo internet, era a Milano negli scorsi giorni. Luca Sofri lo ha incontrato e alla domanda sul come sarebbe stato il web se non l’avesse “inventato”, se insomma secondi lui useremmo la rete internet allo stesso modo in cui siamo abituati oggi, Berners-Lee dice che non lo sa, ma1

[…] la gestione e i funzionamenti di internet non sarebbero stati organizzati in un sistema universale, e universalmente libero, accessibile e condiviso, ma che singole aziende e istituzioni – come provò a fare AOL – avrebbero costruito sistemi e organizzazioni dell’uso di internet propri e diversi, con differenti sistemi di accesso, linguaggi, offerte: “walled gardens”, molto legati alle nazioni in cui avrebbero operato, nazioni che sarebbero state responsabili e intermediarie di tutti i coordinamenti e relazioni globali tra le diverse reti.


  1. la citazione è di Sofri 

Dona che detassi

Adesso provo a dire perché a me i grandi benefattori e le grandi beneficenze alla Zuckerberg non piacciono gran ché. Intendiamoci, grazie mille a nome dei beneficiati. Ma io resto legato alla indispensabile funzione regolatrice dello Stato e al suo ruolo di curatore del bene comune. Sì, lo so che invece e spesso, ovunque, questo si traduce in solenni mangiate, ma è una patologia. E se hai tutta questa coscienza sociale sai che c’è: paga le tasse. Paga le tasse nei vari paesi in cui eserciti la tua attività, senza costruire mirabolanti impalcature di elusione, andando alla ricerca nel mondo di quello che te ne fa pagare di meno. Se hai tutta questa coscienza sociale rinuncia ad essere tu a scegliere chi riceverà i tuoi soldi e lascia che sia la collettività a indirizzarli con la politica dove magari tu, che sei uno anche se immenso, magari non vorresti che andassero, ma dove è comunque giusto che vadano. Sapete, il passaggio dal magnifico esempio di dedizione volontaria ai bisognosi delle Dame di San Vincenzo, al welfare obbligatorio e pagato dalla tassazione, è stata una delle più grandi conquiste della nostra civiltà. Vediamo di non dimenticarcelo.

Una parzialmente discutibile ma molto condivisile opinione di Massimo Rocca su Radio Capital sulla recente “beneficenza” di Zuckerberg.

Zuckerberg non farà propriamente “beneficenza” nel senso legale che il termine ha negli Stati Uniti, ma non trarrà profitti per sé dalla gestione della “Chan Zuckerberg Initiative”

Spiega invece Il Post in proposito della donazione di Zuckerberg.

Stato digitale

Non è che la digitalizzazione sia una piccola cosa. Tutti lo dicono. Accelera la crescita. Consente risparmi. Migliora la qualità dei servizi. Se è fatta bene, mette a rischio vecchie commesse e vecchie clientele. Se è fatta bene è una grande spending review e una enorme semplificazione. Se è fatta male complica la vita di tutti, produce sprechi e peggiora la sicurezza dei dati. Ci vuole un’idea forte, una squadra integerrima, molta pazienza, tanto lavoro e poco “annuncismo”.

L’agenda digitale italiana è ferma. Tante strombazzate ma nessun fatto concreto. Il governo centrale ancora non è ben connesso con gli enti locali ed entrambi si interfacciano male con i cittadini. Le cose per rendere migliore il Paese sono poche ma c’è urgenza e necessità di efficienza. Ne parla Luca De Biase in un suo recente post.

In ufficio come in Google

Ho sempre invidiato gli uffici e gli spazi comuni di Google, Airbnb, Linkedin e di altre aziende IT. Il design degli ambienti è progettato e realizzato prestando molta cura all’accoglienza, oltre che alla bellezza, cosa che rende più piacevole starci e più produttivo lavorarci. Kontor è un negozio online di arredo che permette di spulciare le sedi delle grosse multinazionali e di acquistarne gli stessi complementi (o di molto simili). Se avete migliaia da dollari da spendere, ovviamente.

Via.

La jihad su Facebook

Se stai in un posto di merda, diventi facilmente violento. Soprattutto se al contempo hai un altro posto in cui combinare le tue identità. Cioè i social.

Quello della facilità con cui sui social network si tende a mostrare una identità con gli steroidi è un argomento vecchio. Il riferimento agli jihadisti il cui identikit «è quello di un paranoico sfottuto al college che ha trovato il modo di farcela vedere, a tutti noi» è invece ragionamento più recente. Ne parla anche Bottura sul suo blog.

Un tema che tratta in maniera approfondita anche Gurvan Kristanadjaja in un lungo reportage tradotto da Internazionale.

Ho passato appena due giorni su Facebook con il mio account falso e ho l’impressione che i miei punti di riferimento si stiano dissolvendo. Come se Facebook mi avesse trasportato in un universo differente. A forza di vedere morti, decapitati e jihadisti, comincio a trovarlo normale.

Il giornalista si finge sostenitore di Daesh e, usando un profilo fasullo, fa “amicizia” con utenti evidentemente estremisti, con fucili tra le braccia e bambini armati tra le immagini condivise. In realtà non tutti lo sono: spesso sono musulmani che si fingono in Siria per la jihad ma che in verità o non hanno intenzione di parteciparvi o ne hanno timore.

Dopo qualche giorno passato sul mio falso profilo Facebook, mi rendo conto, discutendo con la maggior parte dei miei “amici”, che c’è una netta differenza tra l’immagine che esibiscono sui social network e la realtà.

Di estremisti però ce ne sono davvero, ma gli account vengono chiusi puntualmente da Facebook1. Cosa può fare il social network per evitare che questa estremizzazione del proprio ego arrivi a contrastare la lucidità degli utenti? Poco o nulla se non vuole diventare più limitativo: gli investitori non lo permetterebbero e gli utenti nemmeno.


  1. l’esperimento di Kristanadjaja si limita a Facebook. 

Lucy in the sky without diamonds

Per ricordare il 41° anniversario della scoperta dell’ominide Lucy, Google ha pubblicato un Doodle che, attraverso una breve animazione GIF, mostra il nostro antenato in una rielaborazione della classica immagine sull’evoluzione.

Ai creazionisti statunitensi il riferimento all’antropogenesi da parte di Google non è piaciuto. Il risultato è una serie di tweet esilaranti.