Nota per chi decide di acquistare un nuovo smartphone Android

Il nuovo Samsung Galaxy S6 viene venduto — in USA, almeno — con 56 applicazione preinstallate. Il Galaxy Note 4 ne aveva 50, mentre il Motorola Moto G (Android quasi pure Google) 33, i Nexus meno.

Rispetto a ciò che diceva il produttore, queste applicazioni1 non si possono rimuovere, solo disattivare. Per inciso: buona parte di queste non vi serviranno.

Distratti consapevoli

Lo scorso sabato ho avuto il piacere di partecipare ad un incontro sulla Terra dei Fuochi1. Durante la serata è stato proiettato il film breve Svanire degli amici della Blow Up Film. Già lo conoscevo, l’avrò visto almeno dieci volte, mi sono perciò incuriosito a guardarmi intorno.

Nella sala c’erano un centinaio di presenti e durante tutto il film, pressapoco venti minuti, almeno la metà ha tirato fuori dalla tasca o dalla borsa il proprio smartphone e lo ha fatto illuminare al buio, più volte, per controllarne l’ora, le notifiche o per placare la propria dipendenza da Facebook.

Per l’ansia di connettività o per un riflesso condizionato oramai diffuso quelle persone hanno scelto consapevolmente di distrarsi, di assentarsi, di perdersi quel momento. Per sempre.

Spiace per loro. È un gran bel film.


  1. la voce su Wikipedia ne ufficializza finalmente il dramma? 

La vista sugli ebook

La vista da qui di Massimo Mantellini è un libro bello. Dietro la parola bello, lo capisco, può esserci tutto. Robe banali e robe serissime. Ma questo è davvero un libro bello sul copyright, sulla privacy, sulla politica, sull’economia, sui social network e sui minori, sull’innovazione e sui libri: su Internet (con la i maiuscola).

Non lo recensisco ma cito questa cosa qui sui libri cartecei e sugli ebook, cosa che Mantellini l’ha scritta uguale a come l’avrei scritta io se avessi saputo scriverla.

Come molti asini ho iniziato a leggere Dostoevskji da adulto e in questo periodo sono alle prese con L’idiota. Leggo lentamente, a cavallo tra l’Italia e l’Inghilterra, in un’edizione cartacea che ho trovato a casa a Forlì, sull’ebook reader quando sono a Londra, sul telefono nel tempo passato in metropolitana. E devo dire che mi piace così. Se qualcuno mi fermasse per strada per chiedermi se preferisco il profumo della carta o la comodità del formato elettronico, io oggi direi, molto semplicemente, che sono affezionato a entrambi. O a nessuno dei due. Per la verità, pensandoci meglio, forse risponderei che mi piace Dostoevskji.

Oggi non posso lavorare con Linux

Mi trovo a riflettere, nell’ultimo periodo, dopo le disgraziate scelte di Apple sulle derive dorate del proprio hardware, se continuare ad usare il Mac – e quindi OS X – o tornare a Linux. Il cuore ed il cervello – entrambi fin troppo nerd – mi suggeriscono la seconda soluzione; la produttività – che rischierebbe un brusco calo nel breve periodo altrimenti – mi obbliga a restare con i piedi dove sono ora, in un Macbook Air del 2012 con OS X Yosemite.

I portatili presentati durante l’ultimo keynote sono solamente l’estremo più alto di una pila di preoccupazioni legate al futuro dell’OS Apple, passato dalla mortificazione grafica col flat-scialbo di Sir Ive, restrizioni software, funzionalità banalizzate iOS like e le costrizioni di condivisione con i soli terminali mobili Apple. Cosa succederà domani? Cosa sceglierà di fare Apple col mio sistema operativo preferito? O meglio, cosa deciderà di fare Apple obbligandomi ad accettare la propria decisione? Varrà la pena continuare ad investirci tempo e soldi?

E, soprattutto, qual è l’alternativa? Come dicevo, Linux1. Ma quale distribuzione? Ubuntu, of course. Sicuramente quella più facilmente configurabile. Ma quale derivata? Elementary OS o Ubuntu Gnome, tra le mie preferite. Forse la prima, più comoda nell’utilizzo per il sottoscritto, oramai abituato alla dock ed agli ammennicoli stilosi di OS X. Ma con quale hardware? Pensavo ad un PC Lenovo o Dell, magari proprio il nuovo Dell XPS 13, piccolo, potente, con molti più buchi dei nuovi Macbook, bello e caro. Ma con quale assistenza? Se ci installo una distro Linux perderò la garanzia, essendo il PC venduto con il sistema di Microsoft, e col notebook ci lavoro: non posso correre il rischio di ritrovarmi senza garanzia. Quindi?

E quindi niente. Continuo ad essere costretto al Mac confermandomi che, per lavorare con un sistema all’altezza della produttività, non c’è ancora un’alternativa valida ad Apple – al momento – per la combinazione hardware, software, assistenza e design2. Ed è un gran peccato.


  1. alternativa valutabile perché senza particolari esigenze software: se facessi grafica dovrei tacere. 

  2. sottolineo: hardware – software – assistenza – design. 

Vitae

La prima pagina web l’ho pubblicata quando ero al terzo anno delle scuole superiori. Ora sarebbe anomalo il contrario, ma all’epoca avere un collegamento internet prevedeva la sottoscrizione di un canone come quello telefonico oltre la tariffa a tempo. Solo qualche mese dopo Soru offrì l’accesso gratuito a internet. Non sapevo cos’era l’HTML, conoscevo embrioni di Pascal e Cobol ma zero PHP. Usavo Frontpage e iniziai a pensare che pubblicare cose online fosse un gioco bellissimo. Lo penso ancora.

Da allora ho passato esperienze esoteriche con Internet Explorer 6, ho risolto problemi indecifrabili con un file gif da 1×1 pixel, ho sfiorato Netscape, ho conosciuto bella gente su IRC, ne ho conosciuta di brutta, ho penato col 56k, ho goduto e dimenticato Mozilla Firebird, ho subito e tollerato e infine odiato blink e marquee. Ho vissuto, insomma, intensamente e in maniera più o meno partecipata tutto quello che ha attraversato il web ed ha definito lo sviluppo del web prima di arrivare ad oggi, tempo di smartphone, smartwatch, smartglass e tutto ciò che abbiamo saputo identificare come smart.

Ho studiato informatica fino alla laurea, oltre la nausea. Studio ancora ma con appetito. Ho lavorato come programmatore dipendente, come sviluppatore indipendente, come socio di una realtà nata acerba, come socio di un’altra vissuta marcia. Ho elaborato centinaia di preventivi e vergato decine di contratti, ho realizzato frotte di siti web e manciate di applicazioni. Ho disegnato, progettato, proposto, ideato, concluso, desiderato e lasciato a metà.

Tutto fino ad oggi, dicevo. Che oggi sono successe due cose, una bella e l’altra pure.

La prima cosa bella è che ho riallacciato rapporti lavorativi con un vecchio amico, partner di tempi inveterati col quale online ne abbiamo fatte. La seconda è che con questo amico abbiamo stretto una nuova collaborazione e da qualche giorno sono responsabile per la Crearts di progetti web e reparto tecnico. Pago della fiducia, soddisfatto del ruolo, felice di dare il mio contributo, lieto di partecipare e sostenere, ricambio a Vittorio credito, ottimismo e stima.

Semineremo cose notevoli.

L’autorevolezza dei titoli

Un insegnante in Informatica di una scuola superiore italiana, un buon amico, un uomo stimabile e interessato all’istruzione, un (ipotizzo) bravo docente ed un ragazzo impegnato, tra master e abilitazioni, ad arricchire annualmente il proprio curriculum vitae con specializzazioni di vario tipo, qualche settimana fa mi ha detto:

… i titoli, sono i titoli che contano: tu hai molte skills ma senza titoli non sei nessuno.

Mi ha suggerito di arricchire le mie competenze con una specialistica1 online, di approfondire con qualche master e di frequentare un corso di abilitazione all’insegnamento, magari in Spagna dove (ehm…) si studia meno e in fondo il titolo vale uguale che da noi.

In realtà non ha detto skills, nemmeno competenze: ha detto «sai fare un sacco di fatti».

Io gli voglio bene. Tutto sommato seguirei il suo consiglio se sul suo sito da docente non ci fosse un boxino per le barzellette, il widget del meteo ed il link a questo tool per la generazione di loghi.

So già quindi, peccato!, che non riuscirò a dargli soddisfazione e che sarò costretto a continuare ad investire il mio tempo su clienti, rischi, manuali, blog e pratica. Coi titoli resto a uno.


  1. il mio percorso didattico ho voluto troncarlo con la triennale in Informatica. 

Il futuro del web, più o meno

Il libro di Rudy Bandiera, Rischi e opportunità del web 3.0 e delle tecnologie che lo compongono, edito Dario Flaccovio, è stato il primo libro letto a tema internet dei tre che mi sono ripromesso di leggere non avendo mai letto nessun libro su internet.

Disclaimer. Non sono abituato a scrivere recensioni, probabilmente non ne sono nemmeno capace, e questa effettivamente non è una recensione quindi il disclaimer potrebbe finire qui. Mi rendo conto però che in alcuni punti potrei essere brutale, quindi voglio specificare che cercherò di riportare brevemente le sensazioni che le varie parti del libro mi hanno provocato, anche se dovessi risultare detestabile. Mi spiace, generalmente non lo sono, ma se scriverò tedioso (e lo scriverò) è perché veramente mi ha smontato le scatole, se scriverò stimolante (e scriverò anche questo) è che realmente mi ha stimolato ed interessato. Tutto qui.

Rischi e opportunità è un percorso presumibile da quello che attualmente conosciamo come web 2.0, ovvero l’internet che usiamo tutti i giorni tra PC, smartphone e cose che si connettono, a quello che con molta probabilità verrà definito web 3.0, ovvero l’evoluzione delle attuali tecnologie legate alla rete accoppiata al concretizzarsi di tutte quelle tecniche, consuetudini e regole morali che si stanno consolidando tra abitudini e ricerca. È un libro per tutti, sia per nerd che per appassionati ed interessati ad internet, allo stato attuale della rete ed al suo ipotizzabile futuro. È un libro anche per gli altri, anche per chi cioè di internet non sa proprio niente e ci vuole capire qualcosa, come le aziende e le tecnologie che ne stanno firmando gli esiti. È un libro che, in sintesi, mi sento di consigliare, seppur con dei limiti che mi preme sottolineare.

L’essere “per tutti”, a mio avviso, ne crea un po’ un limite: la prima parte del libro, dove si raccontano i fatti della rete e delle aziende più importanti che ci operano, è tediosa per chi di questi fatti ne legge quotidianamente. Ma mi ripeto ancora: il libro è per tutti. Io sono un utente un po’ più smaliziato — diciamo così — e di conseguenza qualcuno meno esperto potrebbe trovare comunque piacevoli le storielle su Google, Apple e compagnia bella, e le spesso banali elucubrazioni di alcuni commentatori esterni: a me non è riuscito. Devo dirmelo: alcune futuribili ricostruzioni della realtà di domani si avvicinano molto di più agli appunti di Dick che ad una ideale realtà.

Al contrario, più o meno nella seconda parte del libro, si affrontano argomenti dell’attuale web 2.0 un po’ più succosi e la cui lettura è stata molto più stimolante. Big data, robotica, nanotecnologie e social network: questi argomenti sono stati di piacevolissima lettura e gli approfondimenti degli ospiti, in questo caso, attenti e preziosi; con enormi spunti di attenzione uno degli ultimi paragrafi del libro, quello sull’economia della reputazione. Ultime, ma non per importanza, le riflessioni sui rischi e sulle opportunità a cui si va incontro seguendo il percorso immaginato dall’autore e dai suoi ospiti, riflessioni sulle quali si può essere più o meno d’accordo: in via generica lo sono stato.

Tutto sommato un buon libro su internet e su cosa sta diventando e, come anticipato, ne consiglio la lettura. Con una letta veloce alla prima parte per i più web addicted e con un po’ di concentrazione in più, invece, per chiunque non si abbuffi quotidianamente di post tecnologici, ma lo consiglio.

Lo trovate su Amazon qui.

Function Scuola

Per il programma sulla scuola previsto da Renzi, tra le altre cose, si parla di coding:

Chiederemo alle famiglie e agli studenti – spiega Renzi – se condividono le nostre proposte sui temi oggetto di insegnamento, le materie, quelli che quando andavamo a scuola noi chiamavamo il programma: dalla storia dell’arte alla musica, dall’inglese al ‘coding’.
La Repubblica

Sto parlando di una nota e non di documenti ufficiali, ed in particolare sto citando variabili che dovranno essere prioritizzate da famiglie e studenti, esaminate da tecnici, esperti, politici, funzionari, burocrati e poi forse entreranno in un qualche programma scolastico: assolutamente niente di certo insomma. Ma iniziare a discutere dell’introduzione degli embrioni della programmazione sin dalle scuole più piccole è una bella notizia, godiamone.

Capire come è fatto un gioco, magari prima ancora di giocarci, come lo si pensa, come lo si progetta, come lo si costruisce, come lo si regola e come lo si programma è di gran lunga più educativo – e divertente! – che giocarci e basta.

Sollecitare l’interesse nel coding non è solamente un modo per indicare nuovi percorsi lavorativi per il futuro, è un metodo alternativo per stimolare l’ingegno e la curiosità dei bambini e prepararli ad impegnarsi nella sfida più grande che dovranno affrontare da adulti: innovare e migliorare il loro mondo.

Si fa già da qualche parte in USA, UK, Nuova Zelanda, Israle, Estonia, in alcune zone della Germania, Australia e Danimarca. Insomma non saremmo certo i primi. Ma, per questa volta almeno, forse nemmeno gli ultimi.

La proprietà del web

Il problema della fotografia rubata ad Oliviero Toscani da parte di un realtà locale di FdI ha curiosi ed interessanti risvolti dal punto di vista del copyright (la fotografia è stata usata senza averne i diritti), politici (la fotografia è stata usata per promuovere un messaggio che è l’opposto del significato che lo scatto rappresenta), umani (l’adozione per le coppie omosessuali meriterebbe un serio dibattito politico e sociale) e commerciali (il fotografo si è fatto un po’ di pubblicità ed il partito, scaricando il barile, tutto sommato pure). Non voglio discuterli perché sarei superfluo, la cosa che evidenzio è però la nota del responsabile della comunicazione di FdI:

[…] I ragazzi l’hanno usata perché non aveva il copyright indicato e pertanto considerata di pubblico dominio. […]

Nel comunicato è evidenziata una pratica molto comune online: tutto quello che trovo su internet è gratuito, soprattutto se l’autore è poco evidente. Internet è libero, il materiale è lì disponibile per essere usato, di conseguenza è di tutti, anche mio, e io lo uso senza verificarne la proprietà.

L’azienda che lancia una campagna con fotografie scaricate da Google Images, il quotidiano che riprende un video virale cancellando i riferimenti all’autore, il blog che copia il contenuto di un post omettendo di citarne la fonte: sono contenuti trovati online, senza un riferimento chiaro all’autore o poco importa, quindi di tutti e per tutti e perciò anche per me.

L’idea passata è quindi quella secondo la quale il web sia gratuito sempre e che ogni contenuto online per una qualche strana forma di diritto acquisito appartiene anche a noi, che così siamo liberi di usarlo.

I ragazzi che non hanno trovato il copyright indicato sulla fotografia dovevano capirlo da soli che, prima di usarla inchiodandoci sopra il logo del partito, avrebbero dovuto approfondire la ricerca (con strumenti di reverse image search ci vogliono meno di due secondi) per capire se avessero il diritto ad utilizzarla: non compiere questa operazione presuppone un’arroganza verso chi lavora ai contenuti e li pubblica online per promuovere o vendere il proprio lavoro. Commentare con un non ci hanno fatto caso presume una boria poco evidente a chi saluta a mani non basse.

Il web è di tutti, sia chiaro, ma i contenuti appartengono, salvo diverse indicazioni dei relativi proprietari, a chi li produce. È gratis, insomma, salvo l’obbligo morale di verificare sempre il contrario.