Di libri e di internet

La lettura mi accanisce. Per motivi legati al tempo libero non riesco a leggere con ritmi serratissimi ma mi riesce ancora, e per fortuna, di assumere la mia dose necessaria di testi mensili. Non sono però un interessato lettore di libri tecnici, di tutti quei libri cioè relativi al mondo nel quale lavoro e del quale vivo: internet, su tutti; leggo per lo più romanzi1 o saggi su altri temi.

Gli argomenti con cui mangio – molto volentieri, sia ben chiaro – li approfondisco su altri canali, blog principalmente: Feedly mi propone istante per istante una vastità di articoli che parsimoniosamente filtro e con avidità leggo later su Pocket. Di conseguenza, rispetto ai temi legati alla rete ed alla tecnologia, riuscirei con molta difficoltà a leggerne un libro proprio perché per interesse, ricerca e professione, ne ho già fin sopra i capelli2 e poi, soprattutto, perché il momento della lettura resta per me una piacevolissima distrazione.

Questo premessone solo per segnalare che ho deciso, mettendo a dura prova le mie abitudini, di leggere tre libri sull’argomento internet, tutti e tre recenti e tutti in qualche modo legati al mondo dei blog, libri che elenco in un non necessario ordine di lettura.

Non ho molto altro d’aggiungere non avendoli ancora letti, ma cercherò di riportarne brevi impressioni nei prossimi tempi.

Intanto buona lettura a me.


  1. e non posso non annotare l’amore sbocciato nell’ultimo periodo per le avventure del Commissario Ricciardi del bravissimo Maurizio De Giovanni

  2. ad averne. 

  3. in realtà è arrivata molto tardi e in quel periodo ero a Milano, dove ero stato io a raggiungere l’ADSL, ma giuro che è comunque tanto tempo fa. 

Classe italiana

Qualche giorno fa Google ha tirato fuori dal suo cappello a cilindro Classroom, uno strumento progettato per permettere ai docenti di mantenere organizzata la classe e migliorare la comunicazione con gli studenti.

Qualche anno fa invece, nell’ambito di un concorso sull’innovazione indetto dal MIUR, avevo ideato un progetto simile e lo avevo presentato, insieme ad altre persone, allo staff dell’allora Ministro Profumo.

Si può migliorare la scuola?

[…] Sì, incoraggiando lo scambio di informazioni e conoscenze, le relazioni immediate tra insegnanti, tra bambini pari classe, tra genitori, tra la scuola e la famiglia. […] Sì, aiutando la gestione ed il monitoraggio dell’apprendimento e dell’insegnamento. Sì, appassionando gli studenti e gli insegnanti attraverso strumenti e soluzioni innovative e funzionali. […]

Come? […] Favorendo gli insegnanti, nella gestione, nel monitoraggio, nell’analisi e nella valutazione dei propri studenti. Mettendo in relazione i genitori con gli insegnanti e permettendo loro di verificare obiettivi e percorsi formativi dei propri figli. Incoraggiando la socializzazione dei bambini facendo loro condividere pareri ed idee sulle lezioni con altri studenti di pari grado scolastico. […]

Non mi si stanno attorcigliando le budella per l’occasione persa, la mia delusione è già stata assorbita da tempo, ma mi fa rabbia che un Ministero della Repubblica che indice un concorso sull’innovazione non sia riuscito a recepire la portata di un’idea che poi, partita certamente da ragionamenti, esigenze e attitudini differenti, abbia ideato dopo un paio d’anni il colosso del web Google.

Per inciso: il progetto prevedeva, oltre al software per la gestione della classe, anche la pubblicazione gratuita dei testi scolastici online, in stile wiki, aggiornati ed ideati collettivamente e liberamente (per buona pace delle case editrici scolastiche) e la fornitura di tablet a scuole pilota per sperimentarne l’utilizzo per lo studio sui testi prodotti dalla collettività di insegnanti, ricercatori ed esperti.

L’infografica riassuntiva del progetto, conservata insieme alle specifiche ottimisticamente in qualche cassetto del Ministero, si trova qui.

L’Italia è un Paese (af)fondato sulla pazienza.

A parlar male

Una volta, leggendo uno che parlava di web, mi resi conto che parlare di web lo parlan tutti e che è assai difficile parlarlo come se si fosse i soli. E allora succede che può capitare che a parlar di web se ne parli male, scivolando sulle abitudini come ho fatto io, che si vede che a parlar di web non so farlo: il web saprò navigarlo e costruirlo, magari sì, ma non parlarlo.

Quando cercai l’ultimo album di quel gruppo lì su Deezer per approfittare del primo ascolto, incuriosito di far presto senza spender spiccioli, quando ho cercato l’album ho capito che la musica in streaming ha vinto e che quel che avevo scritto qui, tutto sommato, erano parole di un web parlato male, che non succederà più come è successo a me e che a me stesso nemmeno, figurati, c’è Deezer (o quel che è). Quindi niente, a parlar male forse è meglio parlar d’altro.

Promiscuity

Ieri Apple ha presentato le più recenti versioni dei suoi SO desktop e mobile. Non entro nel merito delle migliorie, delle meraviglie e del già visto, piuttosto riflettevo sulle impressionanti e preoccupanti integrazioni tra i prossimi due sistemi.

Praticamente, mai prima di ora, il Mac e l’iPhone sono stati pensati così a braccetto come un solo unico device: le notifiche, le sincronizzazioni, la continuità, le chiamate e gli SMS: tutto quanto disponibile sull’uno, con uno swipe o un paio di tap, è magicamente a disposizione anche dell’altro. Questo è stupendo per chi usa un iPhone. Fantastico! Ma se non uso uno smartphone prodotto da Apple e non ho nessun motivo per usarne uno, magari perché li considero così dannatamente obsoleti dal punto di vista delle software utilities, qual è la direzione che sta prendendo nei miei confronti il mio SO desktop preferito?

Da quanto è stato mostrato ieri è evidenziato un futuro dove l’integrazione tra i due sistemi è straordinaria, chiusa, angosciante e promiscua. Usare un SO presupporrà usare anche l’altro per riuscire ad utilizzarne il 100% delle funzionalità. Questa cosa, a me utente Mac1 da diversi anni ma appassionato utente Android, spazientisce. Sarò costretto a rinunciare all’uno o all’altro?

Non riconosco, al momento, la valida alternativa: di Windows non ne voglio nemmanco sapere; Linux, usato per svariati anni, non ha le stesse comodità – shell a parte – che ho su Mac: mancano, non per demerito di Canonical2, applicazioni, utilità e una miriade di vantaggi software sviluppati da un’insieme così variopinto e creativo di utenti ed aziende che coltivarlo in ambiente Linux ci vorrebbero lustri; Chromebook? Ok Google, lascia perdere per ora.

E allora? E allora sarò costretto a tenermi un Mac con un Sistema Operativo gagliardo ma monco3 perché Tim Cook ha deciso che così dovrà essere. Sia fatta la sua volontà.

Almeno finché la concorrenza ne farà valere la pena.


  1. uso il Mac principalmente per lavoro: ci sono software e utilities comode e magnifiche non riesco a trovare su altri SO. 
  2. prendo a riferimento Ubuntu, ma il discorso vale anche per altre aziende o community: Linux è ancora troppo nerd addicted, manca la varietà di utenza e sviluppatori per far saltar fuori cose utili e belle. 
  3. tempo 30 giorni dal rilascio di Yosemite e le stesse feature saranno a disposizione, tramite terze parti, anche per Android. Si accettano scommesse. 

Hit

A pochi giorni di distanza, tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio, sono stati pubblicati i nuovi album di Zen Circus, Brunori SAS e Dente, musicisti che – ognuno a proprio modo – apprezzo assai (diciamo pure che sono settimane di vera goduria auricolare).

Non è mia intenzione elaborare la recensione dei dischi che ho ascoltato, non sono indottrinato al punto da saperne scrivere, ma in quanto appassionato ho raccolto con gli anni centinaia di CD, di artisti famosi o meno, che a turno scandiscono il passaggio delle mie ore di lavoro al Mac.

Ogni CD, con una pazienza che considerarla santa è banale, è stato convertito in MP3 e stipato sull’hard disk del computer di turno. Ne ho fatto copie su CD prima, su DVD poi, su HD esterni successivamente. Il mio grande cruccio è sempre stato quello di perdere tutto il mio “tesoro”: un guasto all’hard disk e adieu files. Rimettere mano al software di rippaggio mi sarebbe costato ore, ore che probabilmente non avrei più avuto a disposizione. La mia croce: come proteggere da perdite accidentali tutta la mia musica digitale.

Da un paio d’anni si è diffuso Spotify anche in Italia, il servizio per ascoltare in streaming, gratis con inserti pubblicitari o a pagamento senza pubblicità e a qualità maggiore, più o meno tutta la musica vendibile. Di servizi simili ne esistono diversi e non li elenco, ma più o meno tutti – a più o meno lo stesso prezzo – offrono il medesimo favore. Facendo un abbonamento – senza bisognerebbe sorbirsi la pubblicità – parte del problema potrebbe essere quindi risolto: la musica, (quasi) tutta la musica che mi sono dannato a rendere file, sarebbe disponibile online e godibile da uno qualsiasi dei miei dispositivi ad un costo di circa 120 € l’anno. È un prezzo che vale la pena pagare per non correre il rischio di perdere i propri file e – bisogno nato appresso al primo – per ascoltare la musica da tutti i propri devices?

È una risposta che non mi sento di dare, credo sia terribilmente personale: dipende da quanti soldi spendi annualmente per la musica, da quanto ci tieni a conservare anche un formato fisico oltre ai file, dalla qualità con la quale vuoi ascoltare musica, dal numero di dispositivi in tuo possesso e da tante, troppe variabili che non si possono sintetizzare con un cenno di testa. È un’alternativa che va valutata personalmente, poi tenuta o scartata.

Io ho quindi deciso di tenermi l’assillo1 e di tentare una migliore alternativa valida.

Google, con il suo Google Music, ha messo in moto un servizio che fa all’incirca le stesse cose di Spotify ma con una più ridotta scelta musicale e senza il vantaggio dell’ascolto aggratis, al momento. Ma ha una feature che lo rende prezioso: permette di caricare online fino ad un massimo di 20.000 brani della propria libreria musicale, ascoltarli da qualsiasi dispositivo e scaricarli nuovamente qualcora ce ne fosse necessità. Eureka!

È passato oltre un anno da quando ho smesso di archiviare scrupolosamente file su DVD o sugli HD esterni e sono passato a Google Music: ora posso continuare a comprare CD senza comprare MP32 e finalmente non corro alcun rischio di perdere il mio capitale. Credo al momento non esista metodo gratuito migliore.

E ora, scusami, ma torno a ringalluzzirmi con le cuffie.


  1. Questo non significa affatto che non ascolti anche Spotify, anzi: mi capita parecchio con gli album appena usciti o con artisti dei quali sono curioso. 
  2. Non mi piace comprare MP3, sono un geek all’antica: preferisco spendere denaro per l’album fisico

Enlarge your inbox

Il primo post del 2014 – auguri! – voglio omaggiarlo a quello che considero il social network per eccellenza, quello che personalmente uso più di tutti gli altri, che mi ha permesso di condividere con amici, colleghi e sconosciuti idee, fotografie, video, documenti di lavoro, bozze, appunti e qualsiasi altra informazione distribuibile online; che mi ha spesso commosso; che mi ha fatto sbottare, chiedere scusa e perdonare; che mi allieta, mi snerva, mi appassiona, mi agita: la posta elettronica.

Meglio nota come e-mail, l’invio di messaggi tramite internet è un’operazione che, chi da prima e chi da dopo, viene compiuta svariate centinaia di miliardi di volte al giorno dal 1971. Controllare la propria casella è un gesto che compiamo più frequentemente che fare pipì, oramai è un’azione rientrata nella più pura naturalità dei gesti quotidiani.

Eppure in molte inbox vi ho visto dentro l’inferno: messaggi non letti e lasciati marcire tra SPAM, newsletter, utilità, urla e pubblicità; nessun tipo di categorizzazione di contenuti rimasti abbandonati sotto pioggie di fuoco; comunicazioni da prioritizzare affogate nella pece bollente; risposte da inviare straziate e mutilate a colpi di rinvii; promesse di cose da fare immerse nel ghiaccio. Credo che Dante, avesse potuto, avrebbe raccontanto la prima cantica ispirandosi ad una qualunque Gmail.

Gestire correttamente i diversi account email, i contatti, i messaggi giornalieri, le priorità e gli impegni che ci vengono consegnati nella nostra casella non è un’impresa da burocrati: è sufficiente solamente un pizzico di disciplina, un buon client di posta e l’utilizzo della tecnica inbox-zero di Merlin Mann.

Cos’è “zero”? Non è quanti messaggi sono nella tua casella di posta: è quanto del vostro cervello è in quella casella di posta. Soprattutto quando non vuoi che ci sia. Tutto qui.

Sintesi: la posta in arrivo dev’essere sempre vuota e i messaggi devono essere cancellati, risposti, rimandati, fatti subito o delegati ad altri. È semplice.

Google racconta migliaia di modi per trasformare la propria casella in un paradiso, io mi sento di suggerire questa buona summa di 4smart2.be. Superfluo aggiungere altro.

Provala. Quando torni a respirare scrivimi un’email.

Fare facendolo bene

Di software per la gestione di task se ne parla così tanto da essere diventati garanzia di produttività, mentre in realtà sono un impedimento se non si capisce come utilizzarli in maniera corretta. Piuttosto che rendere facile l’organizzazione del lavoro possono diventare strumenti di cattiva gestione della nostra risorsa principale: il tempo.

Ottimizzo da anni le mie attività lavorative attraverso to-do list ed in particolare, al momento, sono un appagato utente premium di Todoist, applicazione per la gestione del proprio time management per tutti i browser, dispositivi e sistemi operativi.

Negli ultimi anni parecchie volte mi è capitato di consigliare una to-do list a chi mi chiedeva come organizzare in maniera produttiva i propri impegni di lavoro. Agende, fogli di carta, software web o applicaioni per smartphone: quasi nessuno è riuscito a tenere botta per più di tre giorni. I problemi, sostanzialmente, erano sempre gli stessi.

  • Fare senza limitare.

    Tendevano a gonfiare la propria lista a dismisura e con task che non sarebbero riusciti a completare nemmeno dopo un mese di lavori forzati.

  • Fare senza schedulare.

    Non si assegnavano gli impegni secondo una scadenza, ma li aggiungevano in un’unica lista perversamente categorizzata. Tutti i task risultavano da farsi subito, qui ed ora.

  • Fare senza prioritizzare.

    Distribuivano a tutti i task uno stesso peso e senza assegnare priorità legate all’importanza o al tempo stimato per la chiusura. Tutti gli impegni erano parimenti importanti (o parimenti futili): tutti da fare con urgenza e tutti da tralasciare, contemporaneamente.

  • Fare un po’ come ci pare.

    Seguivano la lista senza darle troppa importanza oppure dandogliene troppa, rinunciando ad usarla un giorno e riprendendola in mano il giorno appresso, appuntando una parte degli impegni e tralasciandone altri, segnandone alcuni su foglietti, altri su un file di testo e altri ancora in un’applicazione. Insomma, facendo un po’ così.

Chi ha corretto questi difetti è riuscito a resistere migliorando la gestione del proprio tempo, tutti gli altri hanno rinunciato. Col tempo ognuno si è costruito il proprio metodo, lo ha affinato ed è uscito vivo dall’ansia da procrastinazione, facendo di più e facendolo bene.

È comunque evidente che fare esattamente il contrario di quanto ho evidenziato non significa, in maniera automatica, produrre meglio e più velocemente, ma la strada è quella buona. Ognuno ha le proprie routine e demanda una propria personale densità di task alle app, ma in via generale non commettere gli errori più grossolani rende la gestione degli impegni se non altro meno complessa che gli impegni stessi.

Organizziamoci e partiamo.

Ripeti la password

Qualche giorno fa leggevo un articolo a proposito di una statistica sulle credenziali di accesso di circa due milioni di account di servizi web molto visitati: ricercatori hanno spulciato tra le password più comuni e ne è venuto fuori che quelle maggiormente utilizzate sono a dir poco stupide: 123456, 1234, admin, qwerty o – geni! – password. Il risultato, ahimé, non è per niente sorprendente.

Personalmente mi viene spesso concesso, per motivi consulenziali, di accedere agli account email dei miei clienti: devo dire di aver già notato la prassi sconfortante. Le password usate sono spesso banali e, per stessa loro ammissione, uguali per tutti i servizi a cui sono registrati.

La motivazione è sempre la stessa: password diverse e complesse sono difficili da ricordare. Esiste però un metodo, che utilizzo con soddisfazione da anni, per scegliere e memorizzare una password che sia:

  • lunga;
  • articolata (con lettre maiuscole e minuscole, numeri e simboli);
  • diversa per ogni sito web;
  • semplicissima da ricordare.

Il metodo è facile anche se mi piace dirlo con parole difficili: è sufficiente utilizzare un algoritmo che la generi.

Il procedimento si conclude in tre mosse:

  1. trovare una frase familiare e facile da memorizzare;
  2. scegliere un metodo semplice per renderla più breve;
  3. aggiungere informazioni sul servizio al quale ci si sta registrando.

Faccio un rapido esempio di utilizzo dell’algoritmo:

  1. come frase familiare per la mia password scelgo il titolo del mio libro preferito: Cent’Anni di Solitudine di Gabriel García Márquez, scritto nel 1967;
  2. per accorciare il titolo, uso le prime due lettere di ogni parola tendendo presente – è importante! – i riferimenti maiuscoli e minuscoli; vi aggiungo alla fine la data di pubblicazione. Ho così ottenuto la parola chiave relativa alla mia password: CeAndiSo67;
  3. aggiungo alla parola chiave le prime due lettere del sito a cui mi sto registrando intervallandole con un cancelletto: per Facebook la mia password sarà quindi CeAndiSo67#Fa, mentre per Google sarà CeAndiSo67#Go.

Et voilà: la prima parte la ricorderò sicuramente (è il mio libro preferito, diamine!), mentre per la seconda mi sarà sufficiene dare uno sguardo al nome del servizio web.

Ovviamente tu puoi personalizzare, oltre alla frase di partenza, anche il metodo di compressione, il simbolo di separazione, il numero e la posizione delle lettere del nome del sito e così via. È un metodo semplice che ti permetterà di memorizzare la tua password con uno sforzo praticamente pari a zero. Parimenti aumenterà a dismisura il livello di sicurezza del tuo account e la tutela della tua privacy.

E ora puoi pure eseguire il login.

L’ho scritto qui, da qualche parte

Fogli volanti, post-it, A4 di due parole o zeppi di ghirigori, carta straccia da riciclare recuperata dal cestino, retro di bigliettini da visita o tovaglioli da cucina: mi rendo conto di aver scritto appunti ovunque fosse stato possibile e su ogni formato di carta immaginabile. Ho archiviato a vanvera centinaia di informazioni sperando di portarne memoria almeno fino al primo momento utile, ho salvato e conservato ogni dato che mi servisse immagazzinare ma – praticamente sempre – l’ho perso irrimediabilmente.

Prendere appunti, in conclusione, non è il modo migliore per conservare informazioni: il sistema più conveniente è non perdere gli appunti presi.

Per raggiungere questo complessissimo obiettivo è sufficiente dare un’occhiata in uno qualsiasi degli store di applicazioni esistenti: troverai una scelta sterminata di strumenti per la gestione di note e documenti, ognuno coi suoi limiti e sui pregi. Tra tutti quelli che ho avuto modo di provare ho selezionato e deciso di usare solo quelli che:

  1. mi hanno dato più fiducia1;
  2. permettono un accesso web;
  3. sincronizzano i dati in cloud;
  4. favoriscono l’accesso da qualsiasi dispositivo.

Ho scritto «quelli» perché – yes! – utilizzo più strumenti per archiviare, sincronizzare e memorizzare note ed appunti, ognuno con un proprio ruolo ben preciso. Ecco quali sono e come mi tornano utili.

  • Google Keep

    Pratico, veloce, immediato: vi accedo dai miei dispositivi mobili in maniera istantanea, memorizzo note rapide durante la giornata, soprattutto quando non sono al Mac, e le recupero dal browser con un click. Uso Keep principalmente per gli appunti a breve termine, come ad esempio per le modifiche da apportare al blog (lista che pian pianino sto esaurendo), per note al libro in lettura su Node.js o per le misure del box in alluminio che mi devo far realizzare. Parola d’ordine: estemporaneità.

  • Evernote

    Ben strutturato, un po’ pesantuccio ma organizzatissimo: con Evernote suddivido tutte le mie note di lavoro in taccuini, ognuno dei quali con lo specifico compito di conservare appunti su riunioni, richieste dei clienti, snippets per il server, contatti rari, conti economici e tanto altro ancora. È uno strumento ubiquo e formidabile per archiviare con rigore le note, per modificarle all’occorrenza e per tirarle fuori al momento appropriato. Parola d’ordine: professionalità.

  • Google Drive

    L’archivio documenti per eccellenza: lo strumento fondamentale con cui salvo progetti, preventivi, consuntivi, contratti, specifiche tecniche, documenti di ogni tipo, impostazione e peso. Ma non è solo un archivio, Drive è il principe della produzione di documenti: word processor, fogli di calcolo, presentazioni, script, form ed integrazioni con centinaia di software del Chrome Web Store lo rendono indispensabile per aiutarmi a gestire la proliferazione di scartoffia virtuale di tutti i generi e i formati. Ma relegarlo al solo ruolo di software per la produzione di contenuti è ancora più riduttivo: Drive è il re della condivisone. Posso condividere file e directory con i miei contatti Google o col mio team, modificare contemporaneamente i dati, accedere a versioni più vecchie o verificare modifiche più recenti. Per l’utilizzo intenso in ambiente di lavoro lo considero una necessità. Parola d’ordine: imprescindibilità.

  • Simplenote

    Scrivo, salvo, correggo ed archivio: è così banale che non sembra sia necessario aggiungere altro; Simplenote fa quello che fanno tutti gli altri ma lo fa in maniera semplice e pulita. L’applicazione è stata acquistata da Automattic, l’azienda alle spalle di WordPress, ad inizio 2013; io lo uso proprio in simbiosi col blog: salvo le bozze degli articoli, i temi da trattare, i riferimenti esterni. Una nota per articolo, una per pagina. La sua funzione di controllo versione è molto utile per recuperare cose modificate e, inutile dirlo, supporta egregiamente il markdown. Parola d’ordine: linearità.

Di servizi, insomma, ce ne sono tanti: puoi usare saggiamente quello che ritieni più vicino alle tue esigenze ed abitudini. L’importante è sapere sempre dove ficcare il mouse per trovare o conservare note ed appunti.

Preso nota di tutto?


  1. la fiducia è un parametro relativo: i dati salvati usando i servizi descritti non sono mai al sicuro al 100%, ogni azienda potrebbe – teoricamente e praticamente – accedervi (ad esempio per veicolare pubblicità sulla base dei contenuti, vedi Google). Questo prezzo per il sottoscritto risulta giustificato per l’utilizzo gratuito del servizio, per altri è poco equo. Ma questo è un discorso più lungo che, prima o poi, avrò comunque piacere ad affrontare. 

Lavorare meno per lavorare meglio

Un cruccio sul quale ostinatamente mi scontro per affinare e migliorare – quando possibile – il mio quotidiano impegno lavorativo è legato alla produttività ed ai software per avvantaggiare la qualità e la quantità del lavoro che svolgo per Hoob. Cruccio costruttivo, sia chiaro, nessun tormento: anzi, è una piacevole ricerca verso la perfezione in salsa mouse e tastiera.

Provo a prendere spunto dalla serie di post di Lifehacker taggati How I work1 e a spiegare in breve, appunto, com’è che lavoro. Poi col tempo alcuni dei punti troverò modo di approfondirli. Giurin giuretto.

Partiamo dalla descrizione generale:

  • lavoro corrente: responsabile di produzione e sviluppo web;
  • dispositivi mobile correnti: Google Galaxy Nexus e Google Nexus 7 2012;
  • computer correnti: Apple MacBook Air;
  • una parola che meglio descrive come lavoro: temperanza2.

Qual è l’applicazione, il software o lo strumento col quale non posso vivere senza? Google Chrome. Tutto il resto è dettaglio: sul web c’è – quasi – tutto. E quello che non c’è online si trova altrove, ma è veramente poca roba.

Com’è il mio spazio di lavoro? Un MacBook Air a destra, un monitor esterno di fronte, una tastiera sotto i baffi ed il mio ammaestrassimo Magic Mouse accanto: uguale in ufficio e a casa.

Qual è il mio miglior trucco per risparmiare tempo? Non uno ma una combinazone di software: Pocket per leggere articoli in un secondo momento, IFTTT per automatizzare un po’ di flussi, Dashlane per demandare il ricordo delle password, Postbox per gestire più account di posta contemporaneamente, TextExpander per scrivere più velocemente, Mou per scrivere in markdown e (ta-dà!) il markdown naturalmente.

Qual è il mio to-do list manager preferito? Li ho provati più o meno tutti: Wunderlist, Asana, Any.do, Tasks, Toodledo, Remember the Milk, Do It Tomorrow, 2Do, Producteev, Google Tasks, Evernote, Google Keep e altri ancora che nemmeno ricordo più, ma il mio preferito – al momento, almeno – è Todoist a braccetto la tecnica Inbox Zero per le email.

Lifehacker prosegue con altre domande e affronta altri argomenti, ma credo che per adesso possa pure fermarmi, ho carne da cuocere per un bel po’. Siete tutti invitati al barbecue.

Portate il vino.


  1. si tratta di una serie di brevi interviste a professionisti, imprenditori, founder di start up o responsabili di aziende a vario titolo; interviste che evidenziano le modalità di lavoro, gli strumenti, i dispositivi ed i software utilizzati. 
  2. bazinga!